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Ricciole del Circeo

“Invidia” uno dei sette vizi capitali, ma per i soci della Circeo Fishing Club e pescatori sportivi del porto di San Felice Circeo, sono io o, più precisamente la mia barca, il gozzo di Gianni Bortolotto.

E’ ancora buio, mi sono attardato più del solito per cercare di catturare e portare a bordo qualche altro calamaro da innescare quando vedo il mio amico Renato che, provetto trainista, dalla sua barca mi fa cenno che è ora di iniziare la battuta di traina per non perdere l’attimo del primo chiarore, momento magico per chi ha speranza di qualche bella ferrata.

L’aria è pungente, ma quasi non l’avverto mentre afferro una delle mie canne, la prima che mi viene sottomano una “Baltimora” dell’Italcanna 6/12 lb. dotata di mulinello Shimano 25 TDL con in bobina un multifibre da 35 lb e terminale in fluorocarbon della Seaguar ø 0,62. Con cura innesco un calamaro di circa 700 gr. pensando che anche sulla griglia avrebbe di sicuro fatto una bella figura, ma per chi è amante della traina, perdere un boccone del genere nella speranza di ferrare qualche cosa di decente, fa parte del gioco.

Con questi pensieri, mentre mi trovo ai margini della carena su un fondale di circa 47 m., mandando giù l’esca. Alzo gli occhi un attimo per ammirare il primo chiarore mentre il multifibre scivola via dalla bobina finchè non blocco il rocchetto e regolo la frizione. Vorrei poggiare la canna per sistemare meglio vicino a me gli attrezzi quando, incredulo, sento uno strattone violento quasi che il mare in quel momento volesse portarmi via la canna dalle mani. Ho ferrato di certo una rete, è il mio primo pensiero, ma altri strattoni violenti mi fanno intendere che un pesce di discreta taglia è pronto a dare filo da torcere alla mia “Baltimora”.

Con apprensione ascolto il cicalio del mulinello ringraziando, in mente mia, quei pochi preziosi minuti passati per la sua pulizia e lubrificazione mentre vedo che il pesce, in pochi istanti, si è preso una enorme quantità di multifibre e che, dalla direzione, intuisco che la preda ha preso il largo allontanandosi dalla secca dirigendosi su una zona sabbiosa. Mi tranquillizzo un po’ così non ci sono possibilità che strofinando su qualche sperone roccioso la lenza potesse logorarsi e spezzarsi. Timono la barca in quella direzione accompagnando così la fuga del pesce e recupero quanta più lenza mi è possibile.

Non riesco a pensare a nulla vedo solo il flettersi continuo e violento della canna quasi quasi rimpiango di non averne utilizzata una di un libraggio maggiore ma oramai sono in gioco e devo continuare. E’ passata quasi un’ora di fughe del pesce allamato e continui recuperi, ho la fronte imperlata di sudore e le braccia incominciano ad indolenzirsi quanto, con un certo timore, mi accorgo che la preda ha ripreso la direzione della secca, forse consapevole che, sugli scogli avrebbe avuto più probabilità di liberarsi. Mio malgrado, sono costretto ad accompagnare la sua fuga e mi ritrovo dove vuole lei. In un istante decido “o la va o la spacca”, forzo il recupero.

Dopo circa venti minuti, oramai a giorno fatto, ad una profondità di circa una decina di metri realizzo, con il cuore che mi martella in petto, che in canna ho non una discreta preda ma bensì uno splendido esemplare di ricciola. Il ronzio che ho nelle orecchie a stento mi fa’ sentire le incitazioni del mio amico Renato che, accortosi di quanto sta’ avvenendo, si è alquanto avvicinato. Ancora dieci minuti di trepidante combattimento e finalmente riesco a portare a tiro di raffio la Ricciola con la “R” maiuscola e con un ultimo sforzo, la isso a bordo. Mi siedo un attimo per recuperare il fiato, mentre guardo il bell’esemplare che dibattendosi sembra quasi che mi fissi con i suoi occhi, incredulo per essersi fatto catturare e che, dibattendosi con violenza, sembra voglia protestare e riguadagnare la sua libertà.
Sulla strada del ritorno, incrocio il mio amico ponzese Nestore il quale mi fa cenno di accostare vuole chiedermi se la giornata e promettente. Già accostandosi nota l’espressione del mio volto e volge lo sguardo verso prua ove distesa nella sua maestosa lunghezza ho poggiato la ricciola. Caro Nestore non potrò più scordare l’espressione del tuo volto ti sei agitato quasi quanto ero agitato io. Hai preso la macchina fotografica che porti sempre con te per immortalare momenti da rivivere e hai cominciato a girare intorno alla mia barca scattando numerose fotografie. Quando mi hai chiesto di sollevare la preda catturata, per il suo peso, l’ho fatto con un po’ di fatica e sembra che l’ho stretta a me, quasi in un affettuoso abbraccio per paura che non entrasse nella fotografia. In essa il nome della barca sembra voglia sottolineare l’evento.

Attraccato all’ormeggio, gli amici che in quel momento si trovano in porto subito accorrono per partecipare la cattura. Gli stessi mi danno una mano per scaricare il bell’esemplare di ricciola e portarlo sulla bilancia della Cooperativa pescatori i San Felice Circeo dove l’ago si è fermato a Kg. 53,150.

Negli occhi di quanti hanno visto la preda catturata o che la vedono, da me abbracciata nella fotografia, colgo quel pizzico di invidia che prende un po’ tutti alla vista dell’altrui soddisfazione. Auguro di vero cuore a tutti gli amici di vedere loro, nei miei occhi, quel pizzico di invidia alla vista delle loro catture.


Racconto di Gianni Bortolotto
Elaborazione e trascrizione - Carlo Silvestri

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